In Trentino esiste una parola che avrebbe dovuto essere archiviata da anni, cancellata dai documenti, espunta dalla modulistica, sostituita da un linguaggio rispettoso e contemporaneo: handicap. Una parola che la Provincia ha scelto di abbandonare nel 2020 con un voto trasversale, riconoscendo che quel termine non descrive la persona, ma la ferisce; non rappresenta una condizione, ma la stigmatizza; non costruisce inclusione, ma la nega.
Eppure, nel 2026, quella stessa parola continua a comparire nei verbali dell’Unità Operativa di Medicina Legale dell’ASUIT. Continua a essere stampata, timbrata, consegnata ai cittadini. Continua a definire persone che chiedono riconoscimento, tutela, dignità. È un fatto grave, perché non è un errore isolato: è un automatismo burocratico che tradisce una scelta politica chiara e un principio culturale fondamentale.
La disabilità non è un’etichetta, non è un marchio, non è una categoria da incasellare. È una condizione umana che richiede rispetto, attenzione, ascolto. E il linguaggio è parte integrante di questo rispetto. Le parole non sono un dettaglio: sono il primo gesto di cura, il primo segno di riconoscimento, il primo atto di inclusione. Quando un servizio sanitario continua a usare la parola handicap, non sta solo ignorando una legge: sta ignorando la persona.
Il fatto che proprio un ufficio chiamato a valutare le condizioni della Legge 104 continui a produrre documenti con diciture come “handicap”, “condizione di handicap” o addirittura “handicappato” è un segnale allarmante. Significa che la cultura dell’inclusione non è penetrata dove dovrebbe essere più forte. Significa che la sensibilità istituzionale si è fermata sulla soglia degli uffici. Significa che la disabilità viene ancora trattata con un linguaggio che appartiene a un’altra epoca, a un’altra visione, a un’altra idea di fragilità.
Per questo ho portato la questione all’attenzione della Giunta, affinché si interrompa subito una prassi che tradisce la cultura dell’inclusione e la sensibilità che il Trentino ha scelto di adottare.
La Provincia ha scelto di abbandonare la parola handicap; ASUIT continua a usarla. La Provincia ha scelto di promuovere inclusione; ASUIT continua a produrre modulistica che la contraddice. La Provincia ha istituito il Tavolo sulla Disabilità; ASUIT continua a parlare con un linguaggio che quel tavolo dovrebbe contribuire a superare.
La domanda è semplice e inevitabile: come può un territorio che si dice attento alla disabilità tollerare che un servizio sanitario utilizzi un linguaggio che la ferisce? Come può parlare di inclusione se non riesce a praticarla nella forma più elementare, quella delle parole?
La richiesta è chiara: ritiro immediato della modulistica, aggiornamento dei modelli, richiamo formale agli uffici, adeguamento del linguaggio. Perché la dignità non è un dettaglio amministrativo. È il fondamento di ogni politica pubblica. E passa anche, e soprattutto, dalle parole che scegliamo di usare