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Novità? Solo la targa

La direttrice di APSS, la dottoressa Signorelli, avrà anche fatto bene il suo lavoro ovvero promuovere sulla stampa ciò che le Case di Comunità dovrebbero offrire ai pazienti ma c’è un grosso, enorme “ma” che l’Assessorato provinciale alla Salute e la governance sanitaria non possono continuare a eludere. Quella descritta oggi sul Vostro quotidiano, con ben due intere pagine dedicate alla struttura della Val di Sole, mi sembra una storia già vecchia, già vista e già conosciuta. Non perché sia desueta, ma semplicemente perché esiste già da tempo. Spacciarla oggi come una novità assoluta, come l’alba di una rivoluzione sanitaria, è un’operazione di pura retorica politica. L’Azienda Sanitaria e l’Assessorato avrebbero fatto un’operazione di onestà intellettuale se avessero ammesso la verità: la Val di Sole era già avanti molti anni fa, perché la sua “casa della comunità” l’aveva costruita e consolidata nel tempo. Le offerte sbandierate oggi sono le stesse di sempre, anzi, al netto di aver perso pezzi importanti di assistenza strada facendo, come la medicina dello sport, l’ostetricia o l’odontoiatria. Stesso posto, stesso personale, stesse prestazioni. L’unica reale introduzione, inserita circa due anni fa, è l’infermiere di famiglia e di comunità. Peccato che sarà una realtà assistenziale non per tutti : a fronte delle 14 Case della Comunità previste, in tutto il Trentino si contano meno di dieci professionisti in servizio. I solandri conoscono bene il valore del proprio presidio e non ci cascheranno: se arriveranno in fondo all’articolo, diranno semplicemente, nel loro dialetto, la verità: “No è cambià negot, l’è sempro sta ausì”. L’esempio della Val di Sole era corretto, sì, ma solo se si fosse giunti all’unica conclusione onesta possibile: era già tutto pronto da anni, bastava solo cambiare l’insegna all’esterno.
Il problema di fondo è che in questo dibattito, alimentato dall’Assessorato, si continua a parlare soltanto di contenitori: di strutture, di muri, di inaugurazioni e tagli di nastro. Ma il DM 77 (il decreto ministeriale sugli standard dell’assistenza territoriale), se letto nella sua interezza e con competenza, affronta la questione in un ventaglio molto più ampio di aspetti, molti dei quali oggi non trovano spazio né nell’azione della Giunta né nella comunicazione istituzionale. Il legislatore non ha ridefinito dei “muri”, ha delineato un modello di sanità che rimette al centro la prossimità, la presa in carico e la continuità assistenziale, riconoscendo che la salute si costruisce nei luoghi della vita quotidiana, dove si intercettano le fragilità prima che diventino emergenze da Pronto Soccorso. Il decreto insiste sulla semplificazione dell’accesso tramite un punto unico di risposta, sulla multidisciplinarietà (équipe reali, non professionisti isolati), sulla prevenzione strutturale e sulla gestione della cronicità, che è la vera sfida demografica del presente. Soprattutto, il modello territoriale nasce per ridurre le disuguaglianze e scardinare l’ospedalocentrismo, spostando il baricentro dalla cura dell’acuto alla cura della persona. Tutti aspetti che non richiederebbero rivoluzioni edilizie:
molti sarebbero di facile attuazione, se solo ci fosse una regia politica capace di leggere il territorio, coinvolgere i professionisti, costruire alleanze istituzionali e sociali. Ciò che manca, oggi in Trentino, è la volontà politica di far vivere questa riforma.
Nelle inaugurazioni-farsa si parla di orari e ambulatori, ma gli elementi realmente innovativi rimangono fuori dalla porta. Penso a quattro nodi centrali, totalmente non presidiati dall’ASUIT e dal mandato politico: la Casa della Comunità come Spazio Civico e Integrazione dei Saperi Non Medici un modello che prevede l’apertura al sociale, alle competenze diffuse, alle esperienze del territorio. È qui che dovrebbero trovare sede i Club Alcologici Territoriali (per le dipendenze), le associazioni che combattono la solitudine degli anziani o promuovono la prevenzione giovanile. Eppure, nelle aperture trentine inclusa la Val di Sole non c’è traccia di coprogettazione, né di integrazione con il terzo settore. Si inaugura un edificio, non un ecosistema. Staremo a vedere se a Cles con tanto di delibera della Giunta comunale queste associazioni troveranno posto. Se così non sarà significa che l’Amministrazione si è fatta scippare un edificio ed è rimasta con un pugno di mosche in mano ( gestire i parcheggi!). Confido però ancora nell’attuazione della Delibera Mucchi.
La Digitalizzazione Utile e l’Interoperabilità. La telemedicina e la cartella clinica condivisa dovrebbero avvicinare i servizi, non aumentare la burocrazia. La realtà sul campo è che i sistemi informatici non si parlano: ogni medico di medicina generale usa software diversi, le assistenti sociali non sono collegate al SIO (Sistema Informativo Ospedaliero), le piattaforme non dialogano e i dati non circolano. Senza interoperabilità, la Casa della Comunità resta un condominio burocratico che non connette nessuno. Quando intende l’Assessorato superare questa frammentazione informatica? Il Ruolo dei Comuni e l’Integrazione Socio-Sanitaria per l’urbanistica, mobilità e politiche abitative che sono determinanti di salute. Ma manca un tavolo stabile che tenga insieme i Comuni e la sanità in un disegno condiviso. Per questo il ritorno ai Distretti di Valle è la scelta politica più importante e urgente. Finché i distretti sanitari rimarranno soltanto tre per l’intero territorio provinciale macro-strutture lontane dai bisogni reali e scollegate dalla geografia delle nostre valli nessuna Casa della Comunità potrà funzionare davvero. Perché la prossimità non si dichiara nei comunicati stampa: si organizza con i servizi.
Questi punti rappresentano la vera novità scientifica e gestionale del DM 77. Sono la parte più avanzata, moderna e trasformativa del nuovo modello di salute. Ma sono anche la parte totalmente ignorata dall’attuale gestione politica. In Trentino si continua a inaugurare ciò che è facile da mostrare davanti a un obiettivo fotografico, rinunciando deliberatamente a implementare ciò che è necessario per far funzionare davvero la sanità del territorio.