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Elezioni: il prossimo futuro del Trentino

A fronte di una norma che stabilisce che un presidente non può proseguire il proprio
mandato oltre la legislatura, troviamo un Fugatti che non dà assolutamente l’idea di voler
mollare: o a Roma o a Trento, purché ci sia una poltrona, anche di seconda linea. Una
parabola che tradisce l’assenza di alternative fuori dalla politica. Questo attaccamento al
potere nuoce soprattutto ai trentini: un politico afflitto dalla necessità di ricandidarsi a tutti i
costi non sceglie e non opera per il bene della comunità, ma per il proprio tornaconto
elettorale. I cittadini trentini, in fondo, stanno cominciando a capirlo. Questo distacco dalle
istituzioni, unito al disagio socio-economico reale, sta alimentando una voglia di
cambiamento sempre più evidente. La percezione diffusa tra i cittadini nei contesti
economici ma soprattutto nei luoghi più popolari che frequento quotidianamente, indica che
il ciclo di questo governo provinciale sta raggiungendo il capolinea. La stanchezza
amministrativa è un fatto concreto, che spesso anticipa l’esito delle urne. Ma perché questa
spinta si traduca in un’alternativa reale, il centrosinistra deve sciogliere un nodo strutturale:
ricucire la frattura tra città e valli. Una polarizzazione scientificamente alimentata da chi ha
costruito il proprio consenso contrapponendo territori che dovrebbero invece cooperare. Le
valli non sono una periferia da assistere, né la città può ignorare le specificità della
montagna. Ricostruire questo equilibrio è il cuore del nostro programma. In questo quadro,
le scelte personali di Maurizio Fugatti passano per forza in secondo piano rispetto ai dati di
fatto: un Trentino impoverito, risorse pubbliche impegnate nel marketing elettorale di opere
irrealizzabili anziché nel welfare, e una sanità pubblica in crisi profonda. Se poi i calcoli di
poltrona di cui sopra, costringeranno i trentini a votare due volte in un anno, avremo la
conferma definitiva di una gestione che ha smarrito il senso delle istituzioni. Il contesto
nazionale pesa, ma la politica territoriale ha dinamiche proprie: un centrodestra forte a Roma
non compensa l’inefficienza di una giunta a Trento. Anzi, la destra locale è oggi schiacciata
tra due fuochi: la necessità di obbedire ai diktat romani di un governo Meloni centralista che
cozza frontalmente con la nostra Autonomia speciale e le crepe di una coalizione
frammentata da personalismi. La destra vince quando polarizza, ma perde quando deve
governare la complessità.
In tutto questo scenario politico posso dire che Il centrosinistra è pronto perché in questi anni
ha saputo fare un lavoro paziente di ricostruzione. Certo, si può e si deve fare sempre
meglio, ma intanto la coalizione ha dimostrato una compattezza solida tra le sue diverse
forze, una reale disponibilità ad ampliare il campo e una classe dirigente matura, pronta a
mettersi in gioco. Il Trentino del 2028 non chiede un semplice cambio di colore, ma un
radicale cambio di metodo. Per farlo, non serve un “capo assoluto” che decide in solitudine,
replicando lo schema della destra, ma una figura radicalmente diversa. L’identikit del nostro
candidato o candidata deve unire popolarità, autorevolezza e capacità di delega. Serve una
leadership allocratica: una guida capace di incarnare la sintesi politica del progetto, ma che
sappia distribuire responsabilità e potere decisionale, valorizzando le competenze ovunque
si trovino. Mentre loro negoziano le proprie carriere tra Trento e Roma, noi presidiamo
l’Autonomia rimettendo in movimento le intelligenze del territorio. Il centrodestra ci ha
consegnato un’agenda piena di fallimenti; sta a noi trasformarli in un’opportunità di governo.
Paola Demagri