Ringrazio per aver riportato questa mattina il dato sulle carenze dei medici di
medicina generale: due domande per sessantatré zone scoperte. È un numero che parla da
solo e che descrive una situazione ormai drammatica per la nostra sanità territoriale.
Ma il punto non è soltanto la mancanza di professionisti disponibili. Il punto è che, in questi
anni, non si è costruita alcuna reale attrattività, né economica né professionale. I giovani
medici che iniziano oggi non hanno garanzie di stabilità, non hanno una liquidità mensile che
permetta loro di accedere a un mutuo o di immaginare un progetto di vita. Il loro contratto è
ancora distante da un vero contratto di lavoro , ora sono nel limbo. A loro si chiede di farsi
carico di migliaia di pazienti, di sostenere la fragilità crescente dei territori, ma senza
strumenti adeguati. È evidente che così non può funzionare. E poi c’è un altro nodo, ancora
più profondo: il mancato coinvolgimento. I medici di medicina generale non sono mai stati
parte della progettazione delle Case della Comunità. Non sono stati chiamati all’inizio,
quando si definivano funzioni, modelli organizzativi, bisogni dei territori. Sono stati coinvolti
solo alla fine, come ultimo tassello, ai quali “assegnare” locali già predisposti e chiedere di
trasferire lì le loro AFT per coprire una parte delle funzioni previste dal DM 77. È un
approccio che ha prodotto esattamente ciò che oggi vediamo: strutture edilizie nuove,
riqualificate grazie al PNRR, ma vuote delle figure e delle funzioni che avrebbero dovuto
renderle il cuore della sanità di prossimità. Case della Comunità consegnate alla comunità
senza la comunità professionale che dovrebbe abitarle. In Trentino non si è visto un
percorso di co-progettazione, non si è visto un avvicinamento della politica ai medici di
medicina generale, non si è vista quella responsabilità istituzionale che avrebbe dovuto
guidare una riforma condivisa. Le cose, semplicemente, se le sono trovate fatte. E allora è
inevitabile che oggi, di fronte alla proposta di riforma del ministro Schillaci, molti medici
prendano le distanze: perché non hanno mai percepito, qui, un modello realmente
collaborativo.La politica avrebbe dovuto dimostrare fin da subito che la progettualità nasce
dall’ascolto dei professionisti, non dalla loro convocazione a giochi fatti. Avrebbe dovuto
usare davvero le leve dell’autonomia per rendere attrattivo il lavoro sul territorio, per
sostenere i giovani, per valorizzare chi ogni giorno tiene in piedi il sistema. Invece, troppo
spesso, dopo averli celebrati come “eroi”, li abbiamo lasciati soli.
Oggi il risultato è chiaro e preoccupante : carenze diffuse, Case della Comunità vuote,
territori scoperti. Se non si interviene immediatamente e con un altro atteggiamento , con
scelte coraggiose e condivise, ci avvieremo verso un fallimento totale della sanità territoriale.
Paola Demagri