Siamo stati chiamati a discutere un disegno di legge che non nasce nei corridoi della politica, ma nelle mani dei cittadini. Un ddl di iniziativa popolare che richiedeva ai proponenti di raccogliere almeno 2.500 firme entro il 30 settembre. E già questo, da solo, dovrebbe farci fermare un momento.
Perché quando la comunità si muove, quando le famiglie firmano, quando gli educatori si espongono, quando i pedagogisti mettono nero su bianco le loro analisi, la politica ha il dovere di ascoltare. Non per cortesia, ma per mandato democratico.
E invece, finora, il metodo scelto dalla Giunta è stato un altro: un metodo di forzatura, non di motivazione. Un metodo che non ha mai presentato dati comparativi sulla reale partecipazione delle famiglie, che non ha costruito un percorso di ascolto, che non ha aperto un confronto.
E questo pesa, perché quando si parla di infanzia, il metodo è già merito. Il modo in cui si decide racconta la qualità della decisione. In questi anni abbiamo ascoltato molte voci: pedagogisti, insegnanti, esperti, famiglie. E tutte, con una coerenza rara, ci dicono la stessa cosa: dieci mesi di scuola d’infanzia sono ampiamente sufficienti per una formazione strutturata, equilibrata, rispettosa dei tempi di crescita dei bambini.
Non è un’opinione politica: è un principio pedagogico consolidato. I bambini hanno bisogno di cicli chiari, di tempi riconoscibili, di pause che permettano di integrare ciò che hanno vissuto. La scuola d’infanzia non è un servizio continuativo senza stagioni: è un percorso educativo che ha bisogno di respirare. E qui entra un altro principio fondamentale: il servizio di conciliazione non va confuso con il servizio educativo. Sono due funzioni diverse, con finalità diverse, con personale diverso. La conciliazione è un bisogno legittimo delle famiglie, ma non può essere scaricato sulla scuola d’infanzia.
La scuola non è un parcheggio sociale. La scuola non è un contenitore universale. La scuola è un luogo di crescita, e come tale va protetto. Le famiglie, quando hanno esigenze di conciliazione, possono trovare luoghi adatti, personale adatto, servizi pensati per rispondere a quel tipo di necessità.
Ma non possiamo chiedere alla scuola d’infanzia di diventare ciò che non è. Non possiamo snaturare la sua identità per coprire vuoti organizzativi che spettano ad altri strumenti. E poi ci sono loro, le insegnanti. Le persone che ogni giorno tengono in piedi la qualità educativa del nostro territorio. Da anni ci dicono che andare oltre i dieci mesi significa uscire dalla cornice contrattuale, educativa, logistica, climatica e formativa.
Significa lavorare in condizioni non previste, in spazi non adeguati, in periodi dell’anno in cui la qualità non può essere garantita. Significa chiedere loro di fare un lavoro diverso da quello per cui sono state formate, selezionate, assunte. E non è solo una questione di salute dei bambini, anche se quella dovrebbe bastare.
È una questione di rispetto per la professionalità educativa. Perché la scuola d’infanzia non è fatta solo di muri e orari: è fatta di competenze, di progettazione, di intenzionalità pedagogica. E quando si chiede di estendere il servizio oltre i dieci mesi, si chiede di sacrificare tutto questo.
Il ddl di iniziativa popolare difende un principio semplice e potente:che l’infanzia è un bene pubblico e come tale va tutelata con norme chiare, partecipate, rispettose delle competenze professionali. E difende un altro principio, altrettanto importante: che la partecipazione dei cittadini non è un fastidio, ma una risorsa.
Che quando migliaia di persone firmano, quando si organizzano, quando chiedono un confronto, la politica non può voltarsi dall’altra parte.Perché la democrazia non è solo votare: è essere ascoltati.
Questo ddl non nasce contro qualcuno. Nasce per qualcosa: per un territorio che vuole crescere, per famiglie che meritano servizi adeguati, per bambini che meritano qualità, per insegnanti che meritano rispetto, per una politica che non abbia paura di ascoltare. E allora sì, oggi siamo chiamati a una scelta che non è tecnica. È una scelta identitaria.
Una scelta che dice chi siamo e che idea di futuro vogliamo costruire. Sostenere questo ddl significa dire che la democrazia funziona. Significa dire che la qualità educativa non si sacrifica. Significa dire che la scuola d’infanzia non è un servizio residuale, ma un pilastro della comunità. Significa dire che quando la comunità parla, le istituzioni rispondono. E io credo che questo sia il compito più alto che abbiamo.