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Scuola dell’infanzia in Trentino: senza dati non c’è qualità né trasparenza

Dall’ultima legislatura in poi la scuola dell’infanzia trentina è stata raccontata come un sistema solido, stabile, capace di reggere qualsiasi pressione. Una narrazione rassicurante, ripetuta con costanza, che però non coincide più con ciò che accade nelle scuole.
Mentre la Giunta parlava di “attenzione alle famiglie” e “qualità garantita”, nelle sezioni si accumulavano segnali di fragilità che non sono stati affrontati: personale qualificato che se ne va, supplenze improvvisate, sezioni affidate a chi non ha il titolo, malessere crescente tra le insegnanti, e soprattutto progressiva mancanza di trasparenza.
Oggi non sappiamo più come stia davvero funzionando la scuola dell’infanzia. E questo non è un incidente: è il risultato di anni in cui si è preferito non misurare, non monitorare, non rendere pubblici i dati. Perché quando i numeri non circolano, è più facile continuare a dire che tutto va bene.


La scuola dell’infanzia è il primo luogo in cui un bambino incontra il mondo, eppure proprio questo segmento così delicato del sistema educativo trentino vive dentro una crescente opacità. Non esistono dati pubblici, completi e aggiornati che permettano di capire come stia davvero funzionando, quali fragilità stia vivendo e quali rischi stia correndo.
È per questo che abbiamo presentato un’interrogazione: evitando allarmismi, con l’intento però di restituire trasparenza a un settore che merita rispetto e attenzione. Oggi non sappiamo quante sezioni siano affidate a personale non qualificato. Negli ultimi anni il ricorso personale qualificato come senza titolo è aumentato, ma non esiste una fotografia chiara che dica quante insegnanti prive della laurea richiesta stiano lavorando stabilmente nelle sezioni. Senza questo dato non possiamo valutare la qualità del servizio né capire quanto sia fragile la continuità educativa. Anche qui pesa una responsabilità politica: se non si pubblicano i numeri, non si è costretti a rispondere delle scelte fatte.
Non sappiamo nemmeno perché sempre più laureati in Scienze della formazione primaria scelgano di non lavorare nella scuola dell’infanzia o chiedano di essere spostati su incarichi non educativi. È un segnale evidente di perdita di attrattività della professione, ma senza numeri non possiamo capire la portata del fenomeno né intervenire in modo efficace. Dal 2020 la Giunta ha preferito minimizzare, anziché affrontare le condizioni di lavoro e il malessere crescente.
Non sappiamo se i bambini con bisogni educativi speciali ricevono un supporto adeguato. Quante insegnanti di sostegno hanno davvero il titolo specifico? Sono domande che avrebbero dovuto trovare risposta già anni fa, ma la scelta politica è stata un’altra: evitare di rendere pubblici numeri che potrebbero mostrare un sistema in difficoltà. Non sappiamo quanto il sistema stia reggendo dal punto di vista organizzativo. Ci sono scuole che faticano a coprire il tempo di intersezione previsto dalla legge, ma non esiste un monitoraggio pubblico che dica quanti giorni, in quali istituti e con quali conseguenze. Senza trasparenza non si può capire se il sistema è in equilibrio o se sta già cedendo. Anche in questo caso, dal 2020, si è preferito non vedere. Non sappiamo quante supplenze senza titolo durano settimane o mesi, né su quali tipologie di posto. Ciò significa che non possiamo distinguere tra emergenze temporanee e criticità strutturali. E senza questa distinzione non si può programmare nulla. La mancanza di monitoraggio è una scelta politica, non una fatalità.


Non sappiamo quante insegnanti stiano chiedendo di uscire dal sistema: trasferimenti, part‑time, aspettative, cambi di mansione. Sono indicatori preziosi dello stato di salute della professione, ma non vengono resi pubblici. Anche questo silenzio è una scelta: se non si vede il disagio, non si è costretti a intervenire. E infine non sappiamo se la denatalità sia stata usata come alibi. Dal 2020 in poi la Giunta ha spesso ripetuto che “ci sono meno bambini”, come se questo bastasse a giustificare tutto. Ma meno bambini non significa automaticamente più qualità. > Sara: Potrebbe significare, invece, meno personale qualificato, più supplenze improvvisate, più stress organizzativo. Solo i numeri possono dirlo, e proprio quei numeri mancano. Per tutte queste ragioni abbiamo chiesto alla Giunta di fornire dati chiari, completi e verificabili. Non per polemica, ma per responsabilità. Perché senza dati non c’è programmazione, senza trasparenza non c’è fiducia, e senza una fotografia reale non si può costruire una politica per l’infanzia seria, lungimirante e rispettosa del lavoro delle insegnanti. L’esecutivo provinciale ha preferito raccontare che il sistema “tiene”, ma un sistema tiene davvero solo se lo si conosce, lo si monitora e lo si sostiene.
La scuola dell’infanzia non è un servizio accessorio: è il cuore del futuro educativo del Trentino. Chiedere dati significa chiedere verità. E chiedere verità significa assumersi la responsabilità politica di guardare in faccia ciò che non funziona, invece di nasconderlo dietro slogan rassicuranti.
 
Consiglieri provinciali
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Malfer michele Campobase
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