Domenica si sono chiuse le Olimpiadi, e anche se non ho partecipato direttamente a nessun evento, le ho seguite ogni giorno, informandomi, leggendo, osservando l’evoluzione di ciò che accadeva attorno a noi.E confesso che ogni volta che un atleta è salito sul podio ho esultato; per i trentini ho esultato molto di più, perché dietro quei risultati ci sono storie, sacrifici, territori che riconosciamo.
In queste ore sento il bisogno di dire grazie. Grazie agli atleti e alle atlete per la dedizione alla loro disciplina, per la serietà con cui hanno rappresentato sé stessi e il Paese.
Grazie ai loro preparatori, alle società sportive, a chi lavora nell’ombra per costruire risultati che il pubblico vede solo per pochi secondi.E grazie anche a tutte le organizzazioni che hanno garantito sicurezza e ordine: forze dell’ordine, volontari, personale tecnico, operatori locali. Il loro lavoro silenzioso ha permesso a migliaia di persone di vivere questi giorni in tranquillità.
E, mentre guardiamo alle Olimpiadi, non possiamo dimenticare i Giochi Paralimpici.
Hanno lo stesso valore, la stessa intensità, la stessa capacità di raccontare talento, disciplina e visioni di futuro. Anzi, ci interrogano ancora di più sull’inclusione reale, sull’accessibilità degli impianti, sulla qualità delle attrezzature e sulla possibilità per ogni atleta di trovare spazi adeguati per allenarsi e competere. Il sostegno che sapremo garantire dipenderà dalla sensibilità di ciascuno di noi e dalla capacità delle istituzioni di mettere davvero tutti nelle condizioni di esprimersi. Io tifo per loro esattamente come per tutti gli altri: perché agli occhi di chi guarda con onestà, gli atleti sono tutti uguali.
Accanto all’emozione, però, credo sia doveroso aprire una riflessione più ampia.
Le ricadute sul nostro territorio non possono essere misurate solo dall’entusiasmo o dalla percezione del momento. Servono dati, analisi, valutazioni serie. Solo così potremo capire se la scelta di aderire al progetto olimpico e di impegnare risorse pubbliche importanti abbia generato benefici reali e duraturi oppure no. Non è una questione di tifoserie: è un esercizio di responsabilità verso il futuro. Perché solo con numeri chiari possiamo decidere se, un domani, occasioni come questa vadano colte di nuovo o se sia più saggio dire “no, grazie”.
Infine, una considerazione che ho ascoltato spesso dai più giovani: l’impatto degli impianti e degli ambienti.
Molti si chiedono se abbia senso investire cifre così elevate in strutture dedicate a sport di nicchia, con il rischio che dopo l’evento restino sottoutilizzate o addirittura abbandonate. È una domanda legittima, che non va liquidata con leggerezza. Anche qui servono trasparenza, piani di utilizzo, visioni di lungo periodo. Perché un impianto sportivo non è solo un costo: può essere un’opportunità, oppure un’eredità pesante.
Queste non sono critiche né celebrazioni. Sono domande.
Domande che un territorio maturo deve saper fare a sé stesso, senza paura e senza pregiudizi.Perché lo sport è emozione, ma la buona politica è capacità di guardare oltre l’emozione e valutare con lucidità ciò che resta.