Prima di discutere dell’intitolazione, credo sia doveroso ricordare chi è stata Clara Marchetto e quale contributo abbia dato alla nostra comunità. Clara ha lavorato per anni nell’amministrazione pubblica trentina, occupandosi in particolare di servizi sociali e di organizzazione amministrativa. Due ambiti cruciali, che negli anni in cui lei operava stavano cambiando profondamente e richiedevano competenza, equilibrio e una grande capacità di tenere insieme persone, procedure e bisogni reali. Nel settore dei servizi sociali, Clara ha seguito da vicino i percorsi di sostegno alle famiglie, alle donne, alle persone fragili. Ha contribuito a costruire reti territoriali che allora non erano affatto scontate, lavorando perché i servizi fossero accessibili, coordinati, capaci di rispondere ai bisogni senza lasciare indietro nessuno. Nell’ambito dell’organizzazione amministrativa, ha garantito rigore, continuità e affidabilità in un contesto normativo e istituzionale in rapida evoluzione. Era una di quelle figure che tengono in piedi la macchina pubblica senza clamore, ma con una precisione e una serietà che tutti riconoscevano. E tutto questo lo ha fatto in un tempo e in un ambiente prevalentemente maschile, dove la presenza delle donne nei ruoli di responsabilità era minima, spesso guardata con sospetto, talvolta tollerata più che valorizzata. Essere donna, in quegli anni, significava dover dimostrare ogni giorno di meritare il posto che si occupava. Significava sapere che un errore sarebbe stato giudicato più severamente, e un successo più facilmente attribuito alla fortuna che alla competenza. Clara ha attraversato tutto questo con dignità, con fermezza, con una professionalità che oggi riconosciamo come esemplare. Non ha mai alzato la voce, ma non ha mai abbassato lo sguardo. Ha portato competenza, metodo, responsabilità. Ha mostrato che la cura non è debolezza, ma un modo di lavorare. Che la fermezza può essere gentile. Che il servizio pubblico, quando è fatto bene, è un impegno quotidiano e non una vetrina. Ed è proprio per questo che intestare un luogo istituzionale al suo nome ha un significato profondo. Non è un gesto decorativo, né un atto di cortesia postuma. Intestare significa riconoscere pubblicamente un’eredità, farla entrare nello spazio comune, renderla parte della nostra identità collettiva. Significa dire che la storia di Clara non appartiene solo ai ricordi di chi l’ha conosciuta, ma appartiene alla comunità intera. Significa affermare che certi percorsi, certi modi di lavorare, certi esempi non devono andare dispersi nel tempo, ma diventare orientamento per chi verrà dopo di noi.
Il tempo passa, e passa per tutti. Ma non tutto può essere lasciato andare. Ci sono storie che non si dissolvono, perché raccontano non solo una persona, ma un’epoca, un modo di intendere il lavoro pubblico, un’idea di responsabilità che oggi abbiamo il dovere di custodire. La memoria non è nostalgia: è un atto di giustizia verso chi ha costruito, spesso in silenzio, le basi su cui noi oggi camminiamo.Per questo ritengo giusto, e profondamente significativo, che il nome di Clara Marchetto entri in questo spazio. Perché la sua storia continui a parlare, e continui a chiedere a ciascuno di noi di essere all’altezza della responsabilità che portiamo.
Foto: Trentino Cultura (https://www.cultura.trentino.it/Appuntamenti/Clara-Marchetto-Sola-contro-tutti)