Si parla spesso di bullismo pensando ai ragazzi, alle scuole, alle dinamiche dell’adolescenza. È come se questo fenomeno appartenesse solo a un’età fragile e in formazione, come se gli adulti ne fossero immuni. E invece la realtà ci mostra qualcosa di molto diverso: il bullismo degli adulti esiste, è diffuso e, in molti casi, è persino più duro di quello giovanile. Si nutre di gruppi, di dinamiche di branco, di strumenti comunicativi potenti come i media o i social. E quando non si limita a un semplice atto canzonatorio, spesso mascherato da satira, ma diventa un’azione organizzata, pubblica anche dentro alle nostre piccole comunità, dove tutti ci conosciamo, l’effetto è ancora più violento.
Di fronte a tutto questo, la domanda che mi pongo e che credo dovremmo porci tutti, è semplice e scomoda: come possiamo pretendere di educare i nostri giovani al rispetto, all’impegno, all’etica, se siamo noi adulti i primi a tradire quei valori? Come possiamo parlare di “buoni comportamenti” se poi tolleriamo, giustifichiamo o addirittura applaudiamo forme di umiliazione pubblica verso chi ha ricoperto un ruolo amministrativo o civico? Prima di essere amministratori, professionisti, volontari o politici, siamo cittadini. E come cittadini abbiamo il dovere di indossare gli abiti civili, quelli del rispetto reciproco. Solo dopo possiamo indossare gli abiti della critica, della satira, del confronto politico. Ma mai a scapito della dignità delle persone. La satira è un linguaggio prezioso, ma quando smette di essere strumento culturale e diventa gogna, allora non è più satira: è bullismo.
Questa riflessione personale si intreccia con ciò che è accaduto ieri in Prima Commissione, dove abbiamo aperto l’esame del disegno di legge n° 49 presentato dalla consigliera provinciale Lucia Maestri e sottoscritto anche da me e da tutti i Consiglieri di ADA per l’istituzione di un “Osservatorio provinciale sulle discriminazioni, l’intolleranza e l’odio in provincia di Trento”. È stato un momento importante, perché ha trovato ampia adesione da parte dei commissari, che hanno chiesto di approfondire il tema attraverso un ciclo di audizioni.
Come componente della Prima Commissione, accolgo con convinzione questo percorso. Peccato che la reazione di alcuni colleghi di maggioranza sia stata molto molto timida. C’è da sperare che dopo le audizioni si trovi l’appoggio al ddl da parte di tutte le forze politiche presenti in commissione. Credo che un Osservatorio possa rappresentare un presidio fondamentale per analizzare in modo scientifico e non emotivo ciò che accade nel dibattito pubblico. Un luogo capace di distinguere la critica legittima dalla violenza verbale, di riconoscere quando un attacco supera la soglia del confronto e diventa bullismo, di offrire criteri tecnici e non discriminatori. Un Osservatorio non giudica le persone: aiuta la comunità a capire, a misurare, a prevenire. E soprattutto restituisce dignità al discorso pubblico.
Anche la campagna elettorale che mi ha coinvolta a Cles è stata segnata da “dicerie” e narrazioni costruite. Non lo ricordo per rivendicare qualcosa, ma perché il tempo, alla fine, non cancella: chiarisce. Chiarisce la qualità delle persone, dei comportamenti, delle scelte. E ci ricorda che la politica può essere un luogo di cura o un luogo di ferita, a seconda di come decidiamo di abitarla.
Il bullismo degli adulti non è folclore, non è tradizione, non è satira. È un problema culturale che mina la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità. Per questo ritengo importante sostenere il percorso avviato in Commissione: perché la politica deve essere il primo luogo in cui il rispetto diventa pratica quotidiana, non eccezione. E perché solo una società adulta capace di guardarsi allo specchio può davvero chiedere ai giovani di fare altrettanto.