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Figli e lavoro: la frattura che il Trentino non può più ignorare

In tutta Italia l’età media della prima maternità ha superato i 33 anni. È un dato che racconta un cambiamento profondo, ma soprattutto una difficoltà crescente: oggi, per molti giovani, la scelta di avere un figlio è subordinata alla conquista di una stabilità lavorativa che arriva sempre più tardi. Il risultato è una contrapposizione di fatto tra lavoro e genitorialità. Una contrapposizione che non nasce nelle famiglie, ma nelle condizioni materiali che la politica ha il compito di creare. Questa dinamica è evidente anche in Trentino, un territorio che per anni si è raccontato come modello di welfare, ma che oggi si trova a fare i conti con un inverno demografico che non risparmia nessuno. Eppure, nonostante la gravità del fenomeno, dopo sette anni di governo provinciale non si vedono risultati tangibili, significativi, concreti. Si annunciano tavoli, si evocano strategie, si promettono misure. Ma la realtà è che la natalità continua a scendere, i giovani continuano a rimandare, e il lavoro continua a essere percepito come un ostacolo non come un alleato nella costruzione di una famiglia.

La maggioranza guidata dal presidente Fugatti afferma di occuparsi del tema. Ma occuparsene non significa citarlo nei discorsi o inserirlo in un elenco di priorità astratte. Occuparsene significa produrre politiche che cambiano davvero la vita delle persone: favorire  contratti stabili e non precari, salari adeguati al costo della vita trentina, servizi per l’infanzia accessibili e diffusi, sostegno reale alla conciliazione, investimenti strutturali e non bonus episodici, una visione che tenga insieme lavoro, comunità e futuro. Poco o nulla di tutto questo, ad oggi, ha trovato una traduzione efficace.

E mentre la politica rinvia, le scelte personali dei giovani vengono condizionate da un sistema che li costringe a scegliere tra stabilità economica e desiderio di famiglia. È qui che si misura la responsabilità pubblica: quando la libertà di diventare genitori viene limitata non da una scelta, ma da un contesto. Il Trentino non può permettersi di mettere in competizione lavoro e natalità. Perché quando questo accade, non è solo il numero delle nascite a diminuire: si indebolisce l’intero tessuto comunitario.

Una comunità che non si rinnova è una comunità che perde forza, continuità, capacità di immaginare il futuro.È una comunità che smette di tramandare, di crescere, di consolidarsi.Per questo è necessario dirlo con chiarezza: non possiamo permettere che la politica continui a trattare la genitorialità come una questione privata, mentre il lavoro resta un terreno di precarietà e disuguaglianze. La politica decide gli obiettivi generali, orienta le condizioni materiali, definisce le priorità collettive. E se dopo sette anni non si vedono risultati, significa che la direzione non è quella giusta.

Il Trentino ha bisogno di una strategia demografica vera. Ha bisogno di politiche che non si limitino a fotografare il problema, ma che lo affrontino alla radice. Ha bisogno di un patto nuovo tra lavoro, comunità e futuro. Perché una comunità che non si sostiene, non si moltiplica, non si consolida e non si tramanda è una comunità che si spegne. E noi autonomisti non possiamo permettere che questo accada.

Paola Demagri Consigliera provinciale Casaautonomia.eu