In questi giorni si è acceso un dibattito importante attorno a quanto accade sugli autobus di Trentino Trasporti nella zona di Madonna di Campiglio, dove alcuni autisti hanno segnalato comportamenti inappropriati da parte di passeggeri di rientro dagli après-ski. La risposta istituzionale arrivata dall’assessore Gottardi – un pullman “dedicato” ai giovani che rientrano alterati dall’alcol – sembra voler circoscrivere il problema invece di affrontarlo alla radice.
Il punto, infatti, non è trovare un mezzo separato su cui caricare “tutti insieme” i ragazzi, quasi fossero un gruppo da isolare. Il punto è interrogarsi su ciò che accade prima: locali che somministrano alcol anche a minorenni, contesti che incentivano l’eccesso, un sistema di controlli che non funziona, un Comune che liquida tutto come “emotività”, quando invece parliamo di sicurezza, salute pubblica e impatto sociale.
Eppure, come spesso accade, il dibattito pubblico si è rapidamente trasformato in un processo ai giovani. Sul web, nei commenti, nelle chiacchiere da bar, si è scatenata una vera e propria bullizzazione degli adolescenti e dei ventenni, descritti come irresponsabili, maleducati, incapaci di autocontrollo.
Ma la verità è un’altra: sono gli adulti a dover fare un passo indietro e guardarsi allo specchio.
Perché quando si parla di giovani, gli adulti diventano improvvisamente tutti esperti di educazione, ordine e buone maniere. Eppure sono proprio gli adulti a creare i contesti, a gestire i locali, a definire le regole, a controllare – o non controllare – ciò che accade.
Attaccare i giovani non li aiuta.
Li schiaccia.
Riduce la loro capacità di leggere il mondo e di trovare strategie sane per starci dentro.
Se davvero vogliamo affrontare il tema, dobbiamo smettere di puntare il dito e iniziare ad ascoltare. Coinvolgere chi con i giovani lavora ogni giorno: educatori, psicologi, operatori sociali, insegnanti. Professionisti che sanno quanto spesso i ragazzi si sentano spaesati in un mondo costruito dagli adulti e per gli adulti.
Forse dovremmo esercitare un po’ di autoanalisi collettiva.
Chiederci che direzione stiamo prendendo come comunità.
Domandarci se la risposta giusta sia davvero un pullman separato o piuttosto un’assunzione di responsabilità da parte di chi amministra, di chi gestisce i locali, di chi dovrebbe garantire sicurezza e prevenzione.
I giovani non hanno bisogno di essere bullizzati dagli adulti.
Hanno bisogno di essere accompagnati, ascoltati, riconosciuti.
E noi adulti abbiamo il dovere di costruire contesti che li aiutino a crescere, non a difendersi.