Sul tema dei CPR scelgo il silenzio. Chi mi conosce sa già come la penso. Preferisco usare la mia voce per parlare di un modo di governare che mi interroga profondamente: quello del Presidente, fedelissimo leghista, interprete coerente dei capisaldi del suo partito.
La politica che c’era. La questione non nasce oggi. Parte da lontano, da quando il Presidente aderì a un impegno nazionale importante, portando il suo stile a Trento. Trento era un luogo di quiete. La politica non aveva mai messo le persone le une contro le altre. Non divideva. Costruiva. Risolveva. Non creava problemi, li affrontava. Era una politica che sapeva ascoltare, mediare, includere. Poi arrivarono i leghisti Nulla da dire sulle persone, come nel mio stile. Ma critico apertamente il pensiero, l’atteggiamento. Critico la propensione a creare consenso attraverso il populismo. E allora mi chiedo: che danni ha fatto il populismo? Il populismo ha semplificato il dibattito, svuotato la complessità, reso appetibile l’illusione. Ha trasformato la partecipazione in reazione, il pensiero in slogan, la visione in algoritmo. Ha reso la politica un prodotto da consumare, non un processo da costruire.
E ai trentini cosa è accaduto? Ciò che è accaduto in tutta la nazione. Ciò che accade nel mondo. I cittadini si sono trovati davanti a uno scenario politico impoverito, semplificato, poco attrattivo. Da una parte, concetti alti. Dall’altra, slogan. Slogan facili da immagazzinare, veloci come le stories, effimeri come i reel.
E allora: perché scegliere gli uni anziché gli altri? Dove sta la colpa? Sta da entrambe le parti. Da chi offre: la politica. Da chi prende: l’elettore.
Ma ce ne fossero di elettori così. Vorrei vederne tanti, a dire la propria, a esprimersi, a esercitare un diritto. Per questo, sul tema dei CPR non dirò nulla. Protesterò in cabina, come chiedo ai trentini di protestare per l’impoverimento dell’economia, per le troppe agevolazioni ai pochi, perchè è stato premiato anche chi non ha mosso un dito. Per aver sostenuto solo poche categorie, per non aver saputo progettare in grande, per aver sabotato la sanità, per non aver pensato al sociale, per non aver creato uguaglianze.
Queste parole sono scritte da chi fa politica, ma sono anche elettrice. Da chi vive la responsabilità di rappresentare, ma anche il diritto di scegliere. Da chi non smette di credere che la politica possa ancora essere luogo di costruzione, non di distruzione.
