Di questo ho preso contezza in questi giorni, leggendo un approfondimento pubblicato da un giornale nazionale online, accompagnato da un podcast che ha trattato con grande lucidità il tema della psicoterapia digitale e delle piattaforme che la promuovono. È un tema che ci riguarda da vicino, soprattutto ora che il Trentino ha scelto di non aderire al Bonus Psicologico Nazionale, ritenendo di poter contare su risorse proprie. Una decisione che, pur legittima sul piano amministrativo, solleva interrogativi profondi sul ruolo della politica nel garantire accesso equo e responsabile alla cura psicologica. In assenza di un sostegno economico pubblico, si rischia di favorire un modello privatizzato e digitalizzato, dove il criterio dominante diventa il costo e non la qualità della relazione terapeutica.
Le piattaforme di telepsicologia offrono sedute online a prezzi contenuti, con algoritmi che abbinano terapeuti e pazienti e codici sconto che ricordano più l’e-commerce che la cura della persona. Non si nega che queste realtà abbiano avuto il merito di avvicinare molti giovani alla psicoterapia. Ma è altrettanto vero che, come ha sottolineato l’Ordine degli Psicologi nazionale, la commercializzazione della salute mentale comporta rischi concreti: banalizzazione del disagio, riduzione dell’impegno terapeutico, precarizzazione del lavoro clinico. La psicoterapia non è un prodotto da promuovere con codici sconto o campagne legate a beni di consumo. È un percorso delicato, che richiede motivazione, continuità, fiducia e presenza. In un’epoca in cui si denuncia la crisi delle relazioni, l’abuso dei dispositivi digitali e la solitudine crescente, è paradossale pensare che la risposta possa essere una terapia a distanza, impersonale, e spesso vissuta come un servizio usa-e-getta.
Il Trentino ha una tradizione di prossimità, di servizi territoriali, di attenzione alla persona. È proprio per questo che la scelta di non aderire al Bonus Psicologico Nazionale appare miope. Garantire un sostegno economico a chi sceglie di intraprendere un percorso terapeutico dal vivo, in uno studio, con un professionista del territorio, non è solo una questione di equità: è una presa di posizione culturale. È dire che la mente non è un algoritmo, e che la cura non può essere ridotta a una transazione digitale. Innovare sì, ma con responsabilità. Digitalizzare sì, ma senza svendere la relazione. Il Trentino può e deve fare la sua parte, offrendo strumenti concreti per sostenere la psicoterapia di qualità, quella che non si misura in click ma in fiducia. La politica non può restare neutrale quando si tratta di salute mentale.