C’è stato un tempo in cui la sanità trentina era considerata un modello. Un sistema solido, radicato nel territorio, capace di garantire cure di qualità e continuità assistenziale. Poi qualcosa si è rotto. E non è stato il Covid a rompere tutto, come qualcuno vorrebbe far credere. Il virus ha solo accelerato un declino che era già iniziato nel 2018, quando la politica – guidata dalla Lega – ha smesso di investire nella sanità pubblica e ha iniziato a delegare, a rinunciare, a fare spallucce.
Oggi, il quadro è desolante. I reparti chiave – pronto soccorso, punti nascita, medicina penitenziaria, psichiatria – sono sorretti da medici gettonisti, pagati a ore, magari senza specializzazione adeguata. In alcune strutture, coprono fino all’80% dei turni. Non passano per concorsi pubblici, non garantiscono continuità, non collaborano alla predisposizione di protocolli della struttura. Chissà se li conoscono fino in fondo! Ma costano. E tanto. In cinque anni, la Provincia ha speso oltre 12 milioni di euro per compensi orari che arrivano a oltre 200€. Una cifra che grida vendetta, soprattutto se confrontata con gli stipendi dei medici strutturati, costretti a turni massacranti, notti, festivi, ferie negate in molti casi.
Il risultato? Un sistema squilibrato, ingiusto, demotivante. I medici strutturati si sentono abbandonati, penalizzati, mentre i gettonisti scelgono quando e dove lavorare. E la qualità delle cure ne risente. Perché non basta avere un camice per essere un medico d’urgenza. Servono competenze, esperienza, continuità. Tutto ciò che il sistema dei gettonisti non può offrire.
La politica ha fallito. Ha preferito tamponare invece di riformare. Ha scelto la scorciatoia del contratto esterno, invece di affrontare il nodo della formazione, della pianificazione, dell’attrattività del lavoro ospedaliero. Ha usato il Covid come scusa, chiedendo venia ai trentini, ma senza mai assumersi la responsabilità di una sconfitta organizzativa, direzionale, strategica.
Non basteranno gli aumenti salariali promessi: qualche euro in più non riempirà il vuoto che si è creato. Serve una svolta. Serve un piano straordinario di assunzioni, concorsi pubblici, incentivi reali. Serve una redistribuzione equa dei turni, una valorizzazione delle specializzazioni critiche, una visione politica che metta al centro la salute dei cittadini e la dignità dei professionisti.
Alcuni spunti, se mi è consentito, vorrei offrire: conosco bene il sistema. I Pronto Soccorso degli ospedali di valle sono incardinati nei reparti di Medicina Interna. Sarebbe quindi sufficiente assegnare personale medico direttamente a questi reparti. I Direttori delle Medicine potrebbero così garantire la copertura dei turni di PS con personale strutturato e competente. Questa sarebbe già una prima svolta concreta per ridurre il ricorso ai medici gettonisti.
Politica e APSS non facciano finta di non vedere il lento declino dei Punti Nascita negli ospedali di valle. I numeri parlano chiaro: sempre più coppie scelgono di partorire a Trento o Rovereto. A Cles, proprio in questi giorni, se ne va una professionista che da 11 anni lavorava al Punto Nascita. Il 31 luglio è stato il suo ultimo giorno di lavoro. Come intende coprire questi turni APSS? Ancora con i gettonisti? Per favore, siate seri. Prendete finalmente la decisione giusta, quella che la popolazione vi sta offrendo su un piatto d’argento.
E chiedete agli amministratori locali una presa d’atto seria: chiudere alcuni servizi non significa fallire, ma semplicemente investire dove c’è davvero bisogno.
La sanità trentina non può più permettersi di galleggiare. È tempo di ricostruire. Con coraggio, con responsabilità, con rispetto per chi ogni giorno – nonostante tutto – continua a credere nella medicina pubblica.